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Trento, 25 settembre 2013
I BAMBINI SPECIALI MERITANO RISPETTO E ATTENZIONE
di Lucia Coppola, Eco- civici e Verdi europei
dal Corriere del Trentino di mercoledì 25 settembre 2013

Nella mia lunga carriera scolastica li ho cercati con convinzione, con determinazione con mia sorta di ostinata volontà risarcitoria nei loro confronti, con amore e voglia di sperimentarmi, i miei bambini speciali». Quando ero piccola, a Tremosine, non conoscevo persone portatrici di handicap, soprattutto mentali e cognitivi, disabili o «diversamente abili», come adesso si usa dire. Questo tipo di problema era per lo più nascosto dentro le case o negli istituti dedicati e usciva di rado allo scoperto. Sentivo dire in paese «Dai segnadi da Dio, tre passi ‘n drio!»: bisognava stare alla larga da tutto ciò che non era a nonna, dalla diversità. Non vi era un’educazione al rispetto dell’altro, di chi era diverso.

Quando diventai una maestra, negli anni ‘7o, iniziai il difficile ma entusiasmante percorso legato all’inserimento di bambini con disabilità fisiche, sensoriali, intellettive. Nel lavoro propedeutico che feci con le classi e i colleghi scoprimmo, ben presto, che nessuno di noi era perfetto: c’erano mancini, occhiali dalle lenti spesse come fondi di bottiglia e poi piedi piatti, apparecchi per i denti, balbuzie, occhi con bende da pirata, strabismo. E dislessie, disgrafie e discalculie, caratteracci, vizi e difetti a volontà. Qualcuno osservò: «Maestra, ma siamo tutti un po’ handicappati, mi pare»!

Aveva ragione. Tutti eravamo, almeno un po’ «diversi» e sicuramente differenti tra noi. La scoperta non mancò di sconvolgerci piacevolmente e di stimolarti a pensare a come rivoluzionare il nostro modo di stare insieme. L’ingresso nella scuola delle bambine e dei bambini «portatori di handicap», come venivano chiamati, fu a mio avviso una benedizione per tutti, uno stimolo al cambiamento e alla messa in discussione di pensieri e stili educativi, un’occasione di studio e confronto. Fu una sorta di rivoluzione epocale che sancì il diritto a una scuola pubblica di qualità e accudente anche per i bambini che fino a quel momento ne erano stati esclusi.

Gli insediamenti, almeno all’inizio, non furono semplici: era facile sbagliare l’approccio con i bambini e con le famiglie, segnate dal dolore e da molte esclusioni. Le notizie sulla tipologia degli handicap erano spesso carenti, i rapporti con le Asl difficili, le indicazioni dei terapeuti, circa le modalità di intervento, generiche o inesistenti, le metodologie per Io più improvvisate. Ma con un po’ di buona volontà e con l’ingresso a scuola degli insegnanti di sostegno e di altre figure che lentamente cominciavano a formarsi e a specializzarsi, le scuole, soprattutto quelle a tempo pieno, diventarono una fucina di buone pratiche, innovative e sperimentali. Tutti, compresi i genitori, cominciarono ad acquisire il linguaggio giusto, a capire la differenza tra pietà e rispetto, tra assistenza e cura.

Si cominciò lentamente ad acquisire una certa dimestichezza nel trattare le differenti situazioni. Noi insegnanti non ci sentivamo più in imbarazzo di fronte alle nuove figure con le quali dovevamo interagire per il bene dei bambini: psicologi, neuro-psichiatri, fisiatri, logopedisti, assistenti sociali, terapeuti. Cominciavamo a capirci qualcosa. Il rapporto con le famiglie, spesso in ansia, diffidenti o in soggezione, restie a uscire allo scoperto, la comprensione delle dinamiche nuove e stimolanti che si creavano all’interno delle classi, furono per tutti importanti momenti di crescita umana e professionale.

I primi a imparare a muoversi con naturalezza e buon senso nel campo minato della scuola dell’integrazione, senza curarsi troppo del «politicamente corretto», furono naturalmente i bambini. Loro non si stupirono più di tanto per la presenza in classe del compagno autistico che non comunicava, della bambina in carrozzella, di chi andava imboccato, dello scatenato e ipercinetico di turno che necessitava di attenzioni e le reclamava a gran voce. Impararono velocemente a capire Il linguaggio dei segni e quello del corpo, a prendersi cura di chi aveva bisogno di un surplus di amore e di coccole. Ben presto, imparai anch’io dai miei alunni a essere naturale, recuperando informalità e tranquillità sia nell’azione educativa che nel rapportarmi a loro. Sono certa che anche se le mie competenze, quanto meno all’inizio, non furono spesso l’istinto e il buon senso mi indicarono la strada giusta da percorrere.

Tenere conto delle diversità e averne cura non sempre significa applicare criteri e modalità di lavoro e di approccio che si discostino da quelli che normalmente si attuano con gli altri bambini. A volte mi è costato fatica confrontarmi con il dolore, quello delle famiglie e degli alunni più gravi. Tornavo a casa portandomi dietro il fardello di quell’ingiustizia e di quella sofferenza. Tanti sono stati i bambini speciali che hanno attraversato con me il tempo della scuola.

Da loro ho imparato molto, ho ravvisato doti e qualità che sono state un meraviglioso regalo per me e per tutti i bambini cosiddetti «normali» delle classi in cui erano inseriti. Ora, i bambini difficili, che un tempo venivano definiti «caratteriali», rientrano per le istituzioni scolastiche nei «Bisogni Educativi Speciali»: sono i Bes, sigla che caratterizza e definisce tutto quello che non è handicap e che tuttavia non è perfettamente riconducibile alla normalità cognitiva e comportamentale. Si è finalmente capito che nella scuola sono tante le sfumature, le zone grigie che non si possono ascrivere al mondo delle disabilità condannate, ma che tuttavia richiedono attenzione, formazione, risorse.

Ci sono tanti bambini in palese sofferenza, »senza pelle», come li definisce qualcuno, e perciò senza difese, privi di confini definiti nelle loro personalità. Ci sono bambini fragili per situazioni familiari disgregate, per carenze affettive che ne limitano la maturazione. Bambini arrabbiati e delusi che reagiscono con l’aggressività e la violenza. Bambini che hanno tutto sul piano materiale ma a cui mancano le parole per dire il loro disagio e la solitudine. Sono bambini sperduti che bisogna orientare nello spazio e nel tempo, aiutandoli a distinguere tra realtà e fantasia. Purtroppo, anche bambini violati nel corpo e nello spirito, per cui la scuola diventa lo spazio dell’emancipazione dal dolore, il luogo del riscatto e della normalità, l’unico momento di serenità e di pace.

A tutti loro, ai bambini diversamente speciali e diversamente normali che attraversano le nostre vite adulte, dobbiamo protezione, rispetto e amore. La fatica di vivere dell’infanzia a deve riguardare come genitori e come nonni, come educatori e come istituzioni. Come cittadini Perché il futuro dei nastri bambini è adesso.

Dobbiamo imparare ad ascoltare, a non dare niente per scontato, a porci domande. A spogliarci delle nostre tante certezze e a metterci davvero nei panni di chi le difficoltà le vive quotidianamente sulla propria pelle e ancora deve sopportare le barriere architettoniche e umane che rendono tutto ancora più gravoso. La scuola è al centro di questo percorso di cambiamento e, in tutti i suoi gradi, dalla materne alle superiori, deve farsene carico, garantendo risorse, personale qualificato e competenze.

Lucia Coppola
Eco-civici e Verdi europei

 

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